Nel cuore del cambiamento, c’è sempre uno spazio di gentilezza.

ACT (Acceptance and Commitment Therapy) è una terapia basata sulla consapevolezza, sull’accettazione e sui valori. Uno dei suoi pilastri è la mindfulness, intesa non solo come pratica meditativa, ma come atteggiamento radicale di presenza e apertura all’esperienza.
Ma per poter restare davvero in contatto con le nostre emozioni, anche le più difficili, serve un ingrediente in più: la self-compassion.
Cos’è la Self-Compassion?
La self-compassion è la capacità di trattarci con la stessa cura e gentilezza che riserviamo a una persona amata in difficoltà. Secondo Kristin Neff, ricercatrice pioniera su questo tema, essa si fonda su tre elementi:
1. Gentilezza verso sé stessi, soprattutto nei momenti di fallimento o dolore.
2. Umanità condivisa, il riconoscimento che soffrire è parte dell’esperienza umana.
3. Consapevolezza (mindfulness), ovvero la capacità di restare presenti con ciò che c’è, senza giudizio.
ACT e Self-Compassion: un’alleanza potente
Nel modello ACT, coltivare la self-compassion aiuta a:
• Ridurre la lotta interiore contro pensieri ed emozioni spiacevoli.
• Accogliere l’esperienza interna senza evitarla o giudicarla.
• Rinforzare la flessibilità psicologica, essenziale per agire in direzione dei propri valori.
Quando ci trattiamo con durezza, la mente si chiude. Quando invece ci trattiamo con gentilezza, possiamo aprirci, respirare, scegliere.
Un invito alla pratica
Ti invito a fermarti qualche minuto oggi e portare attenzione a questo momento con uno sguardo gentile.
Chiediti:
«Cosa sto vivendo ora?»
«Posso accoglierlo, anche solo un po’? Posso trattarmi con la stessa cura che darei a un’amica o un amico?»
Anche solo porci queste domande è già una pratica di self-compassion. E ogni pratica, ogni gesto di cura verso noi stessi, è un passo verso il cambiamento.
Lascia un commento