Esistono ferite invisibili che ci accompagnano nel tempo, come ombre silenziose che abitano i nostri pensieri, le relazioni, il corpo. Sono le ferite di un’infanzia vissuta accanto a figure genitoriali che, pur essendo presenti, non erano davvero disponibili emotivamente. Che cosa succede quando, da piccoli, non abbiamo potuto contare su adulti capaci di contenere, ascoltare, regolare le nostre emozioni?

Non si tratta di colpe. Si tratta di consapevolezza. Di dare finalmente un nome a quel senso di disconnessione, inadeguatezza, solitudine emotiva che spesso, da adulti, si manifesta in sintomi vaghi ma insistenti: ansia, difficoltà relazionali, bisogno di controllo, dipendenza affettiva, autosvalutazione cronica, o una vita vissuta sempre “fuori asse”, come se mancasse un centro stabile da cui partire.

I genitori emotivamente immaturi sono adulti che, per ragioni diverse, non hanno mai integrato uno sviluppo emotivo pieno. Hanno reagito alla vita con schemi rigidi, difensivi, spesso inconsapevoli. Alcuni dominano e impongono, altri evitano e si ritirano. Alcuni sembrano carismatici, ma incapaci di entrare in una vera relazione, perché ogni contatto profondo minaccia il loro fragile senso di sé.

L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) ci offre un modo per leggere e attraversare questo tipo di sofferenza in modo trasformativo. Nel lavoro terapeutico con l’ACT, impariamo a riconoscere i pensieri dolorosi come eventi mentali, a fare spazio alle emozioni scomode, a definire i nostri valori profondi e a muoverci in quella direzione nonostante la paura.

L’ipnosi ericksoniana, invece, permette di accedere alla memoria implicita e riscrivere dall’interno la narrativa profonda che ci abita. Attraverso stati di trance naturali e sicuri, possiamo incontrare il nostro bambino interiore e offrirgli, finalmente, uno spazio di riconoscimento, accoglienza e integrazione.

La Relational Frame Theory (RFT), infine, ci mostra come la sofferenza possa essere veicolata dal linguaggio stesso, da associazioni apprese tra parole e significati. Liberarsi da questi frame rigidi, significa liberarsi da identità imposte, da giudizi interiorizzati, da narrazioni tossiche.

Guarire non è dimenticare. È ricordare in modo nuovo. È dare un senso, costruire una coerenza interna, agire con integrità rispetto a ciò che siamo oggi. È un percorso lento, ma reale. E, soprattutto, possibile.

Come medico, life coach e terapeuta, vedo ogni giorno quanto il nostro modo di essere adulti abbia le radici nel terreno emotivo dell’infanzia. Ma vedo anche che la storia non è mai scritta una volta per tutte.

Possiamo diventare autori consapevoli di una nuova narrazione. E questo, forse, è il più grande atto d’amore che possiamo fare per noi stessi.


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