
Dalla scrivania del Dott. Antonio Cutrupi
Introduzione
Molti adulti si ritrovano a vivere una vita che non riconoscono come propria. Hanno relazioni che li svuotano, pensieri che li tormentano, emozioni che non riescono a nominare. Eppure, se guardano indietro, ricordano di essere stati bambini “bravi”: educati, rispettosi, silenziosi. Bambini che hanno fatto tutto per bene.
La domanda che sorge, allora, è tanto semplice quanto destabilizzante:
“Se sono stato un bravo bambino, perché oggi sono un adulto pieno di problemi?”
Questa domanda è il punto di partenza della psicoigiene. Una disciplina che non si limita alla cura del disagio, ma che si occupa della manutenzione quotidiana della mente e delle relazioni. Un processo di consapevolezza, disintossicazione emotiva e trasformazione.
L’adattamento infantile: una strategia che salva, ma non libera
Durante l’infanzia, il bisogno di essere amati e accettati è vitale. Il bambino, per garantirsi la vicinanza dell’adulto, sviluppa strategie di adattamento: compiacere, evitare il conflitto, nascondere emozioni, diventare “funzionale”. Queste strategie, seppur utili in quel contesto, diventano nel tempo automatismi che condizionano profondamente la vita adulta.
La teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1969) ci mostra come le prime relazioni influenzino la costruzione del Sé. Un attaccamento insicuro può generare adulti che oscillano tra dipendenza affettiva e evitamento relazionale, tra bisogno di controllo e paura dell’abbandono.
Murray Bowen, con il suo modello della differenziazione del Sé, ci ha insegnato che il funzionamento emotivo dell’individuo è strettamente legato al sistema familiare in cui è cresciuto. L’incapacità di distinguere i propri pensieri dalle emozioni altrui, la fusione emotiva con i genitori, la ripetizione di schemi relazionali: tutto questo contribuisce alla formazione di un adulto che non riesce a vivere in modo autonomo e consapevole.
Il corpo come luogo di cura: il Training Autogeno
Hannes Lindemann, medico e navigatore solitario, ha dimostrato come il corpo possa diventare un alleato nella gestione del trauma e dello stress. Nel suo libro Solo sulla zattera, racconta come il Training Autogeno lo abbia aiutato a mantenere lucidità e forza mentale durante le traversate oceaniche.
Il Training Autogeno è una tecnica di rilassamento profondo che utilizza formule verbali per indurre uno stato di calma e ascolto corporeo. È uno strumento potente di psicoigiene, perché permette di interrompere il ciclo della tensione cronica e di ristabilire un contatto autentico con sé stessi.
Gabor Maté, nel suo testo Quando il corpo dice no, ci mostra come il corpo non sia solo un contenitore di sintomi, ma un messaggero. Lo stress emotivo non elaborato, le emozioni represse, le relazioni tossiche: tutto questo si manifesta nel corpo sotto forma di malattia, infiammazione, dolore. La psicoigiene, allora, non è solo mentale. È anche somatica. È ascolto profondo.
ACT: accettare per trasformare
L’Acceptance and Commitment Therapy (Hayes et al., 1999) propone un approccio radicale: non combattere i pensieri negativi, ma accettarli. La mente produce costantemente giudizi, paure, anticipazioni. Cercare di zittirla è una battaglia persa.
ACT ci invita a osservare i pensieri, a non identificarci con essi, a scegliere di agire in linea con i propri valori, nonostante il dolore. I sei pilastri dell’ACT – accettazione, defusione, contatto con il presente, Sé osservante, valori, azione impegnata – costituiscono una mappa per uscire dalla trappola della mente giudicante.
La psicoigiene, in questo senso, è anche un atto di coraggio: accettare ciò che è, senza fuggire, e scegliere comunque di vivere.
Mindfulness: la presenza che cura
La mindfulness è la consapevolezza non giudicante del momento presente. È una pratica che ci invita a osservare ciò che accade dentro di noi con apertura e gentilezza. Kabat-Zinn (1990) ha portato questa pratica nel contesto clinico, dimostrando la sua efficacia nella gestione dello stress, dell’ansia e della depressione.
La psicoigiene attraverso la mindfulness ci permette di interrompere il ciclo della ruminazione mentale, di riconoscere i nostri automatismi, di creare uno spazio tra stimolo e risposta. È in quello spazio che nasce la libertà.
L’adulto ferito: depressione, nevrosi e relazioni disfunzionali
Molti adulti vivono in uno stato di disconnessione. La depressione, spesso, non è solo un disturbo dell’umore, ma una perdita di senso. Le nevrosi relazionali – dipendenza, evitamento, controllo – sono tentativi di protezione che si trasformano in prigioni.
La psicoigiene ci invita a riconoscere questi schemi e a riscriverli. Guarire non significa eliminare il sintomo, ma trasformare il significato. Significa riconoscere che dietro ogni comportamento disfunzionale c’è una ferita che chiede ascolto.
Genitori e figli: il ciclo che si ripete
La relazione genitore-figlio è il luogo in cui si formano le prime mappe emotive. Ma è anche il luogo in cui si trasmettono, spesso inconsapevolmente, le ferite non guarite. Un genitore che non ha fatto psicoigiene su sé stesso rischia di proiettare sul figlio le proprie paure, insicurezze, aspettative.
Bowen ci ricorda che la famiglia è un sistema emotivo interconnesso. Interrompere il ciclo della trasmissione del disagio richiede consapevolezza, differenziazione, responsabilità. Significa diventare adulti emotivamente, non solo anagraficamente.
Dove sei impantanato?
La psicoigiene comincia con l’onestà. Ti invito a riflettere:
• Quali emozioni eviti costantemente?
• Quali pensieri ti perseguitano?
• In quali relazioni ti senti intrappolato?
• Quali comportamenti ripeti, pur sapendo che ti fanno male?
• Quali parti di te non accetti?
Rispondere a queste domande è il primo passo verso la guarigione. Non sei rotto. Sei in trasformazione.
Conclusione
Prendersi cura della propria mente è un atto d’amore. Non solo verso sé stessi, ma verso chi ci sta accanto. È il fondamento di una vita autentica, libera, consapevole. La psicoigiene non è una tecnica, è una scelta. Una pratica quotidiana. Un modo di essere.
Ogni giorno può essere un passo. Un respiro. Una possibilità.
Bibliografia
• Bowlby, J. (1969). Attachment and Loss. Basic Books.
• Hayes, S. C., Strosahl, K. D., & Wilson, K. G. (1999). Acceptance and Commitment Therapy: An ExperientialApproach to Behavior Change. Guilford Press.
• Kabat-Zinn, J. (1990). Full Catastrophe Living. DellPublishing.
• Lindemann, H. (1958). Solo sulla zattera. Edizioni Mursia.
• Bowen, M. (1978). Dalla famiglia all’individuo. Astrolabio.
• Maté, G. (2003). Quando il corpo dice no: Il costo dello stress nascosto. Urra Feltrinelli.
Contatti e Consulenze
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