
Dalla Culla al Buddha: viaggio nello sviluppo della personalità tra attaccamento, ego, piacere e sofferenza.
La nostra storia, quella vera, non comincia quando prendiamo decisioni da adulti, né quando ci illudiamo di essere “cresciuti”. Inizia molto prima, quando mettiamo il primo piede — metaforico e reale — nel mondo: fragili, dipendenti, aperti come antenne senza filtri.
E da quel momento in poi, tutto ciò che accade ci modella. Alcune cose ci liberano, altre ci imprigionano in gabbie costruite da noi stessi (e spesso arredate con grande gusto).
È il percorso che va dal bambino al Buddha, passando per la più rumorosa e ingombrante creatura che abbiamo dentro: l’ego.
In mezzo scorrono i fili dell’attaccamento, la ricerca di piacere, la paura della sofferenza, e tutte quelle reazioni automatiche che crediamo “carattere” ma che spesso sono solo… software installato senza consenso.
1. L’inizio: l’infanzia e la nascita delle personalità
La psicologia dello sviluppo è chiara: noi non “abbiamo” una personalità, la costruiamo — e spesso lo facciamo con materiali di recupero emotivo.
L’attaccamento è il nostro primo linguaggio. Il corpo è la nostra prima enciclopedia. La relazione è la nostra prima religione.
Bowlby, Ainsworth, Winnicott, Stern: ognuno descrive con una metafora diversa un concetto fondamentale.
Il bambino, nella sua vulnerabilità, costruisce modelli interni che gli dicono:
“Sono al sicuro?” “Il mondo mi risponde?” “Posso esplorare o morirò abbandonato nel salotto?”
Da qui nasce il modo in cui da adulti ameremo, ci arrabbieremo, eviteremo, ci attaccheremo, cercheremo approvazione, fuggiremo da noi stessi o correremo verso il primo dramma disponibile.
Le prime “personalità”
Dal punto di vista clinico e neuroscientifico, si costruiscono:
schemi emotivi (LeDoux, Panksepp) pattern relazionali (attaccamento) strategie di sopravvivenza, non di crescita.
Il bambino non pensa: “Voglio essere ansioso”, ma “devo adattarmi per sopravvivere”.
Perché la psiche, in fondo, è la più creativa delle ingegnerie.
2. L’Ego: quel rumoroso inquilino che paga zero d’affitto
Verso adolescenza-adultità entra in scena lui, l’attore protagonista: l’Ego, quel prodotto evolutivo che Giacobbe descriverebbe come un mix tra un ragazzino permaloso e un generale romano convinto di avere sempre ragione.
Tecnicamente, l’ego è un insieme di:
processi identitari, narrazioni su chi siamo, strategie di autoconservazione, reazioni che scambiamo per “volontà”.
È utile.
È necessario.
Ma quando guida lui, la vita diventa un film di Tarantino: intenso, potentissimo, a volte un po’ troppo sanguigno.
L’ego funziona secondo un principio molto semplice:
Piacere = mi espando
Dolore = mi difendo
Serve per sopravvivere, non per evolvere.
Il che spiega molte nostre scelte discutibili.
3. Il grande inganno: piacere come bussola
Guardiamola con un occhio un po’ neuroscientifico:
Il sistema dopaminergico non è nato per renderci felici. È nato per farci cercare risorse.
Il risultato?
Passiamo una vita a inseguire stimoli come criceti convinti di diventare illuminati salendo sulla ruota.
Il problema non è il piacere. È la sua elezione a criterio esistenziale.
Se faccio ciò che mi dà piacere → bene.
Se mi provoca fatica, attesa, frustrazione → male.
Questo è il regno dell’ego.
E, sorpresa: è anche il regno della sofferenza.
4. La sofferenza: quando la vita ci invita a vedere la verità
La sofferenza è una maestra zen con il bastone.
Non la scegli, non ti giustifica, e soprattutto non aspetta che tu sia pronto.
In termini psicologici, la sofferenza è ciò che accade quando:
gli schemi infantili non funzionano più, l’ego non sa come controllare la realtà, ciò che eviti torna con gli interessi.
Ed è qui che il buddismo entra in scena.
Non come religione, ma come tecnologia psicologica millenaria che ci dice:
“Smetti di credere a tutto quello che pensi. Osservati.”
È rivoluzionario.
È clinicamente sensato.
Ed è l’opposto del funzionamento del nostro cervello rettiliano che vuole solo una cosa: sicurezza immediata.
5. Dal bambino al Buddha: la maturità come conquista e non come destino
Lo sviluppo psicologico autentico non è crescere.
È trasformare.
Dallo schema automatico alla scelta consapevole. Dal bisogno all’intenzione. Dal rumore dell’ego al silenzio dell’osservazione. Dall’attaccamento reattivo alla presenza affettuosa.
Il percorso “da bambini a Buddha” non significa diventare santi, ma esseri umani funzionanti, capaci di stare nella vita senza essere travolti dal suo meteo emotivo.
La psicologia moderna e le tradizioni contemplative dicono lo stesso:
Non sei i tuoi pensieri. Non sei le tue reazioni. Non sei le tue paure. Sei lo spazio che può contenerle.
È qui che le neuroscienze dell’attenzione, la teoria polivagale, la self-compassion e la meditazione convergono come strade che portano tutte alla stessa montagna.
6. La Via della Psico-Igiene: il ponte tra scienza, terapia e consapevolezza
E qui nasce: La Via della Psico-Igiene.
Non un metodo esoterico.
Non una religione.
Ma un percorso pratico per:
pulire le scorie emotive accumulate, sciogliere gli schemi reattivi, riequilibrare il sistema nervoso, osservare l’ego senza farsene dominare, riconoscere le radici dell’attaccamento, scegliere chi diventare.
Un lavoro quotidiano, gentile e coraggioso, che integra:
psicologia dello sviluppo, ACT e mindfulness, elementi di buddhismo psicologico, training autogeno, educazione emotiva, neuroregolazione, buon senso clinico, ironia intelligente (che salva più vite di quanto si creda).
La Via della Psico-Igiene è una palestra mentale e affettiva.
È il luogo in cui la scienza e la saggezza antica si danno finalmente la mano.
7. Un invito
A chi sente che la mente è troppo piena, a chi è stanco di reagire sempre allo stesso modo, a chi vuole capire perché ama come ama, a chi vuole smettere di soffrire inutilmente, a chi intuisce che diventare adulti è un’arte e non un dato anagrafico…
La Via della Psico-Igiene non è un percorso miracoloso.
È molto meglio:
è una strada praticabile. Con calma, con umanità, con metodo.
E soprattutto con la libertà di diventare finalmente ciò che sei,
non ciò che i tuoi automatismi hanno scritto al posto tuo.
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