Dott. Antonio Cutrupi
Il Training Autogeno non è solo una tecnica di rilassamento, ma una base corporea di sicurezza. Un dialogo possibile con ACT e Internal Family Systems per un lavoro più profondo e rispettoso della complessità umana.
Introduzione
Negli ultimi anni il Training Autogeno viene spesso ridotto a una semplice tecnica di rilassamento.
Utile, certo. Ma non è questo il suo cuore.
Osservato con uno sguardo più attuale, il Training Autogeno appare per ciò che realmente è:
un lavoro di regolazione corporea profonda, capace di creare le condizioni per un cambiamento psicologico più ampio.
È proprio da qui che nasce il dialogo naturale con due approcci contemporanei:
l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) e l’Internal Family Systems (IFS) di Richard Schwartz.
Training Autogeno: non “rilassarsi”, ma stabilizzarsi
Nel Training Autogeno non si chiede al corpo di fare qualcosa di speciale.
Non si forza il rilassamento, non si cerca una prestazione.
Le formule di pesantezza e calore funzionano come punti di appoggio interni, che aiutano il sistema nervoso a ridurre l’iperattivazione e a sperimentare una condizione di maggiore sicurezza.
Più che “stare bene”, si impara a stare.
Ed è una differenza tutt’altro che banale.
Quando la pratica diventa difficile
Chi pratica Training Autogeno incontra prima o poi pensieri, distrazioni, agitazione.
Spesso emergono frasi come:
“Non riesco a concentrarmi”
“Una parte di me vorrebbe smettere”
“Un’altra si sforza troppo”
Tradizionalmente queste esperienze vengono viste come ostacoli.
In realtà, sono messaggi del sistema.
Qui entrano in gioco ACT e IFS.
ACT: cambiare la relazione con ciò che accade
L’ACT insegna che il problema non è la presenza di sensazioni o pensieri difficili, ma il tentativo continuo di eliminarli.
Applicata al Training Autogeno, questa prospettiva aiuta a:
ridurre lo sforzo sospendere il controllo accogliere ciò che emerge, così com’è
Il corpo non va spinto verso la calma.
Va accompagnato.
IFS: il Training Autogeno come porta d’accesso alle parti
Secondo l’Internal Family Systems, la mente è composta da parti, ognuna con una funzione protettiva.
Durante il Training Autogeno alcune parti diventano più visibili:
parti impazienti parti controllanti parti allarmate dal silenzio parti che temono di “perdere il controllo”
La pratica corporea crea una condizione fondamentale:
le parti possono emergere senza travolgere la persona.
In uno stato di maggiore regolazione, diventa più accessibile il contatto con il Sé: calmo, curioso, non giudicante.
Il corpo come base sicura del lavoro psicologico
Da questa prospettiva, il Training Autogeno non è alternativo al lavoro psicologico.
È una base sicura su cui poggiarlo.
Un sistema nervoso più stabile:
riduce la polarizzazione tra le parti aumenta la capacità di ascolto interno facilita una leadership più centrata del Sé
Prima di lavorare in profondità, il corpo deve sentirsi sufficientemente al sicuro.
Un’integrazione possibile e attuale
Training Autogeno, ACT e IFS non rispondono alla stessa domanda, ma si completano:
il Training Autogeno stabilizza l’ACT cambia la relazione con l’esperienza l’IFS organizza e integra il mondo interno
Insieme offrono una mappa rispettosa della complessità umana, utile sia in ambito clinico sia formativo.
Conclusione
Forse il Training Autogeno non serve tanto a “rilassarsi”.
Serve a creare le condizioni perché qualcosa di più profondo possa accadere.
Il corpo non è un ostacolo da superare.
È il primo alleato del cambiamento.

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