
(La mente, il corpo e i luoghi in cui lavoriamo).
In chirurgia la compassione è spesso tollerata, raramente riconosciuta.
Qualcosa di nobile, certo, ma considerata marginale rispetto alla tecnica.
Quando va bene, è un valore umano. Quando va male, una distrazione.
Eppure l’esperienza clinica – e non solo quella – dice altro.
La compassione non rallenta la chirurgia.
La rende più stabile, più precisa, più affidabile.
Compassione: una funzione regolativa, non un’emozione.
La compassione non è emotività incontrollata.
Non è “sentire troppo”.
È la capacità di restare presenti a ciò che c’è, senza fuggire né irrigidirsi.
Diremmo, con linguaggio ACT, che è una forma di flessibilità psicologica:
stare nel momento presente, anche quando è complesso, scegliendo comportamenti guidati dai valori e non dalla reattività.
Un chirurgo compassionevole non elimina il disagio.
Lo contiene senza farsene dominare.
Parti interne e sala operatoria (IFS docet)
Ogni chirurgo, come ogni essere umano, porta con sé delle parti:
la parte performante la parte controllante la parte che teme l’errore la parte stanca la parte che vorrebbe solo fare bene
In un ambiente ad alta pressione, queste parti prendono il volante.
Spesso senza che ce ne accorgiamo.
La compassione – verso il paziente e verso se stessi – permette qualcosa di cruciale:
il ritorno a una posizione di centratura.
In termini IFS: meno parti in lotta, più Self-leadership.
In termini clinici: più lucidità, meno reazioni automatiche.
Il chirurgo come base sicura (psicologia evolutiva)
In chirurgia pediatrica questo è lampante.
Il bambino entra in ospedale con un sistema di attaccamento attivato.
Non cerca spiegazioni sofisticate.
Cerca segnali di sicurezza.
tono della voce postura ritmo prevedibilità presenza
Il chirurgo diventa, per quel tempo, una base sicura sostitutiva.
Non per “consolare”, ma per regolare.
Un sistema nervoso che si sente al sicuro coopera meglio.
Vale per il bambino. Vale per i genitori. Vale anche per l’équipe.
Il corpo lo sa prima della mente (Training Autogeno)
La regolazione non avviene solo “in testa”.
Avviene nel corpo.
Respiro, tono muscolare, ritmo cardiaco, temperatura periferica:
tutto parla prima delle parole.
Il Training Autogeno ci insegna una cosa semplice e potente:
uno stato corporeo più calmo genera una mente più disponibile.
Un chirurgo centrato corporalmente:
vede meglio, decide meglio, tollera meglio l’imprevisto.
Non è esoterismo.
È fisiologia.
Ma tutto questo ha bisogno di un luogo che lo permetta
Qui arriva il punto spesso rimosso.
La compassione individuale non sopravvive a lungo in ambienti disfunzionali.
Un luogo di lavoro costantemente:
iper-reattivo giudicante rumoroso (non solo acusticamente) privo di spazi di decompressione
attiva difese, non presenza.
Il contesto diventa un moltiplicatore di stress, non un contenitore.
Il luogo di lavoro come regolatore collettivo
Un ambiente accomodante non è un ambiente molle.
È un ambiente che:
riduce il carico inutile
rende i processi prevedibili favorisce cooperazione, permette pause reali, non solo teoriche.
In termini psicologici:
un luogo che non costringe il sistema nervoso a stare costantemente in allarme.
Quando il contesto regola, l’individuo può funzionare meglio.
Quando il contesto dis-regola, anche il migliore dei professionisti si irrigidisce.
Meno stress, meno errori. Ancora.
Stress cronico significa:
attenzione ristretta
pensiero dicotomico
perdita di finezza
La compassione – sostenuta dal corpo e dal contesto libera risorse cognitive.
E risorse libere = migliore chirurgia.
Una competenza personale, una responsabilità organizzativa
La compassione si può allenare:
con pratiche di consapevolezza con il lavoro sul corpo con la conoscenza delle proprie parti con una maggiore flessibilità psicologica
Ma deve essere resa possibile dal sistema.
Non si può chiedere presenza
in luoghi che producono costantemente difesa.
Conclusione
La chirurgia non ha bisogno di meno tecnica.
Ha bisogno di tecnica incarnata in menti presenti, corpi regolati e luoghi intelligenti.
La compassione non è un lusso etico.
È una funzione clinica avanzata.
E i luoghi in cui lavoriamo
non sono lo sfondo della cura.
Ne sono parte integrante.
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