Il Training Autogeno non è solo una tecnica di rilassamento, ma una base corporea di sicurezza. Un dialogo possibile con ACT e Internal Family Systems per un lavoro più profondo e rispettoso della complessità umana.
Introduzione
Negli ultimi anni il Training Autogeno viene spesso ridotto a una semplice tecnica di rilassamento.
Utile, certo. Ma non è questo il suo cuore.
Osservato con uno sguardo più attuale, il Training Autogeno appare per ciò che realmente è:
un lavoro di regolazione corporea profonda, capace di creare le condizioni per un cambiamento psicologico più ampio.
È proprio da qui che nasce il dialogo naturale con due approcci contemporanei:
l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) e l’Internal Family Systems (IFS) di Richard Schwartz.
Training Autogeno: non “rilassarsi”, ma stabilizzarsi
Nel Training Autogeno non si chiede al corpo di fare qualcosa di speciale.
Non si forza il rilassamento, non si cerca una prestazione.
Le formule di pesantezza e calore funzionano come punti di appoggio interni, che aiutano il sistema nervoso a ridurre l’iperattivazione e a sperimentare una condizione di maggiore sicurezza.
Più che “stare bene”, si impara a stare.
Ed è una differenza tutt’altro che banale.
Quando la pratica diventa difficile
Chi pratica Training Autogeno incontra prima o poi pensieri, distrazioni, agitazione.
Spesso emergono frasi come:
“Non riesco a concentrarmi”
“Una parte di me vorrebbe smettere”
“Un’altra si sforza troppo”
Tradizionalmente queste esperienze vengono viste come ostacoli.
In realtà, sono messaggi del sistema.
Qui entrano in gioco ACT e IFS.
ACT: cambiare la relazione con ciò che accade
L’ACT insegna che il problema non è la presenza di sensazioni o pensieri difficili, ma il tentativo continuo di eliminarli.
Applicata al Training Autogeno, questa prospettiva aiuta a:
ridurre lo sforzo sospendere il controllo accogliere ciò che emerge, così com’è
Il corpo non va spinto verso la calma.
Va accompagnato.
IFS: il Training Autogeno come porta d’accesso alle parti
Secondo l’Internal Family Systems, la mente è composta da parti, ognuna con una funzione protettiva.
Durante il Training Autogeno alcune parti diventano più visibili:
parti impazienti parti controllanti parti allarmate dal silenzio parti che temono di “perdere il controllo”
La pratica corporea crea una condizione fondamentale:
le parti possono emergere senza travolgere la persona.
In uno stato di maggiore regolazione, diventa più accessibile il contatto con il Sé: calmo, curioso, non giudicante.
Il corpo come base sicura del lavoro psicologico
Da questa prospettiva, il Training Autogeno non è alternativo al lavoro psicologico.
È una base sicura su cui poggiarlo.
Un sistema nervoso più stabile:
riduce la polarizzazione tra le parti aumenta la capacità di ascolto interno facilita una leadership più centrata del Sé
Prima di lavorare in profondità, il corpo deve sentirsi sufficientemente al sicuro.
Un’integrazione possibile e attuale
Training Autogeno, ACT e IFS non rispondono alla stessa domanda, ma si completano:
il Training Autogeno stabilizza l’ACT cambia la relazione con l’esperienza l’IFS organizza e integra il mondo interno
Insieme offrono una mappa rispettosa della complessità umana, utile sia in ambito clinico sia formativo.
Conclusione
Forse il Training Autogeno non serve tanto a “rilassarsi”.
Serve a creare le condizioni perché qualcosa di più profondo possa accadere.
Nel vasto panorama delle tecniche di autoregolazione psichica e corporea, tre approcci emergono per efficacia e profondità: ipnosi, mindfulness e training autogeno. A questi, si possono connettere strumenti terapeutici moderni come la ACT (Acceptance and Commitment Therapy) e il TFS (Terapia Familiare Sistemica ), creando un ponte tra tradizione e innovazione.
Ipnosi: modificare lo stato di coscienza
L’ipnosi non è sonno né perdita di controllo. È uno stato modificato di coscienza, in cui l’attenzione è focalizzata e la mente diventa più permeabile ai suggerimenti. In ambito clinico, l’ipnosi viene usata per modulare il dolore, ridurre l’ansia e favorire cambiamenti comportamentali profondi.
Focus: ristrutturazione dell’esperienza interna
Stato: alterato, ma vigile e consapevole
Ruolo del terapeuta: guida attiva
Mindfulness: stare nel presente senza giudizio
La mindfulness è una pratica derivata dalle tradizioni contemplative orientali, resa accessibile e validata scientificamente in ambito clinico. Si fonda sull’osservazione consapevole e accogliente del momento presente, con un atteggiamento non giudicante.
Focus: consapevolezza
Stato: osservazione attiva e accettazione
Ruolo del terapeuta: facilitatore di esperienza
Training Autogeno: autoregolazione profonda
Il training autogeno, ideato da Johannes Heinrich Schultz, è una tecnica basata sull’autosuggestione e sull’induzione di uno stato di calma psicofisica. Attraverso esercizi progressivi (pesantezza, calore, cuore, respiro, plesso solare e fronte fresca) si favorisce il riequilibrio neurovegetativo.
Focus: rilascio e autoregolazione
Stato: calma profonda
Ruolo del terapeuta: insegnante e testimone
Punti in comune e differenze
Aspetto Ipnosi Mindfulness Training Autogeno Stato di coscienza Modificato Ordinario Autogeno Attività mentale Suggerimenti guidati Osservazione consapevole Autosuggestione Ruolo del terapeuta Attivo Facilitatore Formatore Obiettivo principale Cambiamento profondo Accettazione e presenza Equilibrio psicofisico
Integrare ACT e TFS: dalla consapevolezza all’azione
La Acceptance and Commitment Therapy (ACT) aggiunge una dimensione trasformativa: dalla consapevolezza all’impegno nei valori personali. Si sposa bene con la mindfulness per sviluppare flessibilità psicologica e con il training autogeno per radicare le risorse corporee.
La terapia familiare sistemica è un approccio psicoterapeutico che guarda non al singolo individuo, ma alle relazioni e alle dinamiche che si creano all’interno del sistema familiare. L’obiettivo non è trovare un “colpevole”, ma comprendere e trasformare i modelli di interazione che mantengono la sofferenza.
Una visione integrata
Ipnosi: apre la porta all’inconscio
Mindfulness: porta luce sulla coscienza
Training autogeno: stabilizza corpo e mente
ACT: orienta verso valori e azione
TFS: struttura il percorso
Queste tecniche non si escludono: si completano. Usate in modo sinergico, possono favorire equilibrio, resilienza e crescita personale o clinica.
Conclusione
Scegliere una tecnica non significa rinunciare alle altre. In un approccio integrato e consapevole, ipnosi, mindfulness, training autogeno, ACT e TFS possono costituire un’architettura armonica della salute psicofisica, che va dalla presenza corporea all’azione intenzionale.
Molti adulti si ritrovano a vivere una vita che non riconoscono come propria. Hanno relazioni che li svuotano, pensieri che li tormentano, emozioni che non riescono a nominare. Eppure, se guardano indietro, ricordano di essere stati bambini “bravi”: educati, rispettosi, silenziosi. Bambini che hanno fatto tutto per bene.
La domanda che sorge, allora, è tanto semplice quanto destabilizzante: “Se sono stato un bravo bambino, perché oggi sono un adulto pieno di problemi?”
Questa domanda è il punto di partenza della psicoigiene. Una disciplina che non si limita alla cura del disagio, ma che si occupa della manutenzione quotidiana della mente e delle relazioni. Un processo di consapevolezza, disintossicazione emotiva e trasformazione.
L’adattamento infantile: una strategia che salva, ma non libera
Durante l’infanzia, il bisogno di essere amati e accettati è vitale. Il bambino, per garantirsi la vicinanza dell’adulto, sviluppa strategie di adattamento: compiacere, evitare il conflitto, nascondere emozioni, diventare “funzionale”. Queste strategie, seppur utili in quel contesto, diventano nel tempo automatismi che condizionano profondamente la vita adulta.
La teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1969) ci mostra come le prime relazioni influenzino la costruzione del Sé. Un attaccamento insicuro può generare adulti che oscillano tra dipendenza affettiva e evitamento relazionale, tra bisogno di controllo e paura dell’abbandono.
Murray Bowen, con il suo modello della differenziazione del Sé, ci ha insegnato che il funzionamento emotivo dell’individuo è strettamente legato al sistema familiare in cui è cresciuto. L’incapacità di distinguere i propri pensieri dalle emozioni altrui, la fusione emotiva con i genitori, la ripetizione di schemi relazionali: tutto questo contribuisce alla formazione di un adulto che non riesce a vivere in modo autonomo e consapevole.
Il corpo come luogo di cura: il Training Autogeno
Hannes Lindemann, medico e navigatore solitario, ha dimostrato come il corpo possa diventare un alleato nella gestione del trauma e dello stress. Nel suo libro Solo sulla zattera, racconta come il Training Autogeno lo abbia aiutato a mantenere lucidità e forza mentale durante le traversate oceaniche.
Il Training Autogeno è una tecnica di rilassamento profondo che utilizza formule verbali per indurre uno stato di calma e ascolto corporeo. È uno strumento potente di psicoigiene, perché permette di interrompere il ciclo della tensione cronica e di ristabilire un contatto autentico con sé stessi.
Gabor Maté, nel suo testo Quando il corpo dice no, ci mostra come il corpo non sia solo un contenitore di sintomi, ma un messaggero. Lo stress emotivo non elaborato, le emozioni represse, le relazioni tossiche: tutto questo si manifesta nel corpo sotto forma di malattia, infiammazione, dolore. La psicoigiene, allora, non è solo mentale. È anche somatica. È ascolto profondo.
ACT: accettare per trasformare
L’Acceptance and Commitment Therapy (Hayes et al., 1999) propone un approccio radicale: non combattere i pensieri negativi, ma accettarli. La mente produce costantemente giudizi, paure, anticipazioni. Cercare di zittirla è una battaglia persa.
ACT ci invita a osservare i pensieri, a non identificarci con essi, a scegliere di agire in linea con i propri valori, nonostante il dolore. I sei pilastri dell’ACT – accettazione, defusione, contatto con il presente, Sé osservante, valori, azione impegnata – costituiscono una mappa per uscire dalla trappola della mente giudicante.
La psicoigiene, in questo senso, è anche un atto di coraggio: accettare ciò che è, senza fuggire, e scegliere comunque di vivere.
Mindfulness: la presenza che cura
La mindfulness è la consapevolezza non giudicante del momento presente. È una pratica che ci invita a osservare ciò che accade dentro di noi con apertura e gentilezza. Kabat-Zinn (1990) ha portato questa pratica nel contesto clinico, dimostrando la sua efficacia nella gestione dello stress, dell’ansia e della depressione.
La psicoigiene attraverso la mindfulness ci permette di interrompere il ciclo della ruminazione mentale, di riconoscere i nostri automatismi, di creare uno spazio tra stimolo e risposta. È in quello spazio che nasce la libertà.
L’adulto ferito: depressione, nevrosi e relazioni disfunzionali
Molti adulti vivono in uno stato di disconnessione. La depressione, spesso, non è solo un disturbo dell’umore, ma una perdita di senso. Le nevrosi relazionali – dipendenza, evitamento, controllo – sono tentativi di protezione che si trasformano in prigioni.
La psicoigiene ci invita a riconoscere questi schemi e a riscriverli. Guarire non significa eliminare il sintomo, ma trasformare il significato. Significa riconoscere che dietro ogni comportamento disfunzionale c’è una ferita che chiede ascolto.
Genitori e figli: il ciclo che si ripete
La relazione genitore-figlio è il luogo in cui si formano le prime mappe emotive. Ma è anche il luogo in cui si trasmettono, spesso inconsapevolmente, le ferite non guarite. Un genitore che non ha fatto psicoigiene su sé stesso rischia di proiettare sul figlio le proprie paure, insicurezze, aspettative.
Bowen ci ricorda che la famiglia è un sistema emotivo interconnesso. Interrompere il ciclo della trasmissione del disagio richiede consapevolezza, differenziazione, responsabilità. Significa diventare adulti emotivamente, non solo anagraficamente.
Dove sei impantanato?
La psicoigiene comincia con l’onestà. Ti invito a riflettere:
• Quali emozioni eviti costantemente?
• Quali pensieri ti perseguitano?
• In quali relazioni ti senti intrappolato?
• Quali comportamenti ripeti, pur sapendo che ti fanno male?
• Quali parti di te non accetti?
Rispondere a queste domande è il primo passo verso la guarigione. Non sei rotto. Sei in trasformazione.
Conclusione
Prendersi cura della propria mente è un atto d’amore. Non solo verso sé stessi, ma verso chi ci sta accanto. È il fondamento di una vita autentica, libera, consapevole. La psicoigiene non è una tecnica, è una scelta. Una pratica quotidiana. Un modo di essere.
Ogni giorno può essere un passo. Un respiro. Una possibilità.
Bibliografia
• Bowlby, J. (1969). Attachment and Loss. Basic Books.
• Hayes, S. C., Strosahl, K. D., & Wilson, K. G. (1999). Acceptance and Commitment Therapy: An ExperientialApproach to Behavior Change. Guilford Press.
• Kabat-Zinn, J. (1990). Full Catastrophe Living. DellPublishing.
• Lindemann, H. (1958). Solo sulla zattera. Edizioni Mursia.
• Bowen, M. (1978). Dalla famiglia all’individuo. Astrolabio.
• Maté, G. (2003). Quando il corpo dice no: Il costo dello stress nascosto. Urra Feltrinelli.
Contatti e Consulenze
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Nel nostro percorso di crescita e consapevolezza, spesso ci accorgiamo che alcune difficoltà emotive e comportamentali affondano le radici nell’infanzia. Il nostro Bambino Interiore è quella parte di noi che ha vissuto emozioni profonde, sia positive che dolorose, e che continua a influenzare il nostro presente.
Questa meditazione ti aiuterà a riconnetterti con lui, ad ascoltarlo e a offrirgli ciò di cui ha bisogno per guarire.
Perché è importante lavorare con il Bambino Interiore?
✔ Scioglie blocchi emotivi e traumi passati.
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✔ Favorisce relazioni più sane e autentiche.
La Meditazione Guidata
In questa meditazione verrai guidato in un incontro profondo con il tuo Bambino Interiore in uno spazio sicuro e accogliente. Potrai ascoltare le sue emozioni, offrirgli conforto e iniziare un processo di riconciliazione con il passato.
Dedicati a questo momento di trasformazione. Se vuoi condividere, lascia un commento o contattami.
Meditazione Guidata: Guarire Il Bambino Interiore
Trova uno spazio tranquillo, dove non sarai disturbato. Mettiti in una posizione comoda, seduto o sdraiato. Chiudi dolcemente gli occhi e inizia a portare l’attenzione al tuo respiro.
Rilassamento iniziale
Fai un respiro profondo… inspira dal naso… ed espira lentamente dalla bocca.
Ancora una volta… inspira profondamente… ed espira dolcemente.
Con ogni respiro, immagina di lasciare andare ogni tensione, ogni pensiero superfluo. Porta la tua attenzione al corpo: percepisci il contatto con la superficie su cui sei appoggiato… il peso del tuo corpo che si lascia andare… il rilassamento che lentamente si diffonde in ogni muscolo.
Porta l’attenzione ai tuoi piedi… e lascia che si rilassino completamente.
Senti il rilassamento salire lungo le gambe… sciogliere ogni tensione…
Rilassa il bacino, l’addome… il torace…
Le tue spalle si abbassano dolcemente, come se stessi lasciando andare un peso invisibile.
Ora rilassa le braccia, le mani, le dita… e infine il viso.
Se c’è ancora qualche tensione, lascia che il respiro la sciolga delicatamente, come un’onda che porta via ogni rigidità.
Il viaggio interiore
Ora, immagina di trovarti in un luogo sicuro e accogliente.
Potrebbe essere un giardino fiorito… una foresta tranquilla… una spiaggia illuminata dal sole… o una stanza calda e rassicurante.
Osserva ogni dettaglio di questo luogo. Guarda i colori intorno a te… ascolta i suoni… percepisci la temperatura dell’aria sulla pelle… il profumo che ti circonda…
Mentre esplori questo spazio sicuro, senti una presenza avvicinarsi dolcemente.
Davanti a te, ecco comparire un bambino… il tuo Bambino Interiore.
Osserva il suo aspetto. Quanti anni ha? Com’è vestito? Qual è la sua espressione?
Sta sorridendo o sembra esitante? Ti guarda negli occhi o abbassa lo sguardo?
Non forzare nulla. Semplicemente, accoglilo così com’è, con amore e rispetto.
L’incontro con il Bambino Interiore
Avvicinati con dolcezza e digli:
«Ti vedo… ti riconosco… sono qui per te.»
Osserva la sua reazione. Se lo senti giusto, puoi inginocchiarti davanti a lui, portarti alla sua altezza.
Puoi chiedergli con voce gentile:
• «Come ti senti?»
• «Di cosa hai bisogno?»
• «C’è qualcosa che vuoi dirmi?»
Ascolta ciò che emerge, senza giudizio. Forse il bambino ha bisogno di essere consolato… forse vuole solo essere abbracciato… forse ha qualcosa da raccontarti…
Se lo desidera, abbraccialo. Senti la sua presenza tra le tue braccia, calda e reale.
E sussurragli parole di conforto:
• «Sei al sicuro.»
• «Sei amato.»
• «Ti proteggerò.»
• «Sono qui con te, sempre.»
Rimani in questo abbraccio per qualche istante, lasciando che l’amore e la comprensione fluiscano tra voi.
Il messaggio di guarigione
Ora, immagina di donargli qualcosa di speciale… un simbolo del tuo amore e della tua protezione.
Potrebbe essere un oggetto magico… un peluche… un raggio di luce dorata… qualsiasi cosa che gli trasmetta sicurezza e serenità.
Osserva la sua reazione mentre riceve questo dono.
Quando senti che è il momento, salutalo con dolcezza.
Digli che potrà sempre contare su di te… e che tornerai a trovarlo ogni volta che ne avrà bisogno.
Guardalo allontanarsi, sapendo che ora si sente più al sicuro.
Ritorno al presente
Ora riporta gradualmente l’attenzione al tuo corpo…
Senti il contatto con la superficie su cui sei appoggiato…
Ascolta il tuo respiro, calmo e profondo…
Senti l’energia nuova che scorre dentro di te.
Inspira profondamente… trattieni qualche istante… ed espira lentamente…
Quando ti senti pronto, riapri gli occhi.
Porta con te la sensazione di pace e connessione che hai vissuto.
Hai appena compiuto un passo importante nel tuo percorso di guarigione.
Immaginate un luogo dove scienza e mente si incontrano, dove la cura diventa consapevolezza e dove ogni persona può riscoprire sé stessa. Questo è UpMind, il centro professionale di Lugano con cui ho il piacere di collaborare.
Oggi voglio raccontarvi di questo straordinario progetto e del perché io, chirurgo pediatrico e appassionato di crescita personale, ho scelto di unirmi a loro. Ma non preoccupatevi, niente tecnicismi noiosi: sarà come fare una chiacchierata tra amici!
Un po’ su di me (per chi non mi conosce ancora)
Sono un chirurgo pediatrico con una lunga esperienza nel settore pubblico e privato, ma nel tempo ho scoperto che la medicina non è solo bisturi e diagnosi. La mia passione per la mindfulness, l’ipnosi clinica e la crescita personale mi ha portato a esplorare percorsi nuovi, in cui mente e corpo lavorano insieme per il benessere della persona.
Oltre a questo, sono un life coach. Credo fermamente che la consapevolezza sia il primo passo per trasformare la nostra vita, e nel mio percorso ho imparato che non si smette mai di crescere, nemmeno quando sei tu a guidare gli altri.
UpMind: Un centro, tante possibilità.
E poi ho incontrato UpMind, un centro che sembra fatto apposta per chi, come me, vuole coniugare scienza e consapevolezza. UpMind non è solo un luogo fisico, ma un’idea: quella di offrire strumenti innovativi e percorsi personalizzati per migliorare la qualità della vita.
Insieme, proponiamo:
1. Mindfulness:
Vuoi rallentare e sentire davvero il momento presente? La mindfulness è un metodo accessibile e potente per vivere meglio, ridurre lo stress e coltivare la serenità. Adatta a tutti, dai manager sempre di corsa ai genitori alle prese con i figli.
2. Ipnosi clinica:
Non pensare all’ipnosi come a uno spettacolo da palco! L’ipnosi clinica è una tecnica riconosciuta per affrontare ansia, dolore cronico, blocchi emotivi, dipendenza da tabacco, e tanti altri disturbi.
3. Ipnosi pediatrica:
E qui il mio cuore di chirurgo pediatrico si illumina. Con un approccio delicato e creativo, l’ipnosi pediatrica aiuta i bambini a gestire le emozioni, la pipì a letto, il mangiarsi le unghie, il dolore e persino la paura degli interventi medici. Un piccolo grande aiuto per i più piccoli!
Perché è speciale?
UpMind è diverso da qualsiasi altro centro: unisce il rigore scientifico con l’apertura mentale. Qui, le tecniche moderne incontrano approcci innovativi, creando un ambiente dove ognuno può sentirsi accolto e supportato.
E poi, c’è la squadra: professionisti appassionati, competenti e, lasciatemelo dire, incredibilmente simpatici. Sì, perché il benessere passa anche da un sorriso e da un ambiente che ti fa sentire a casa.
Un invito speciale
Che tu sia un genitore curioso, un professionista in cerca di equilibrio o semplicemente una persona che vuole conoscersi meglio, ti invito a scoprire UpMind. Vieni a trovarci, e insieme costruiremo un percorso su misura per te o per i tuoi piccoli.
La consapevolezza, come la felicità, non è mai un traguardo definitivo, ma un viaggio. E noi siamo qui per accompagnarti, un passo alla volta.
Ti aspettiamo!
A breve calendario delle attività didattiche previste per il 2025 presso la Nostra sede.
Uscita anticipata dal servizio per malessere: tutela, responsabilità, governance.
Nel contesto lavorativo, e in particolare in ambito sanitario, possono insorgere condizioni di malessere psicofisico acute, imprevedibili e transitorie tali da rendere non appropriata la prosecuzione dell’attività.
La tutela della salute del lavoratore è un principio di rango costituzionale ed è parte integrante delle responsabilità organizzative e gestionali.
Non ogni episodio di malessere configura automaticamente un’assenza per malattia certificabile, né può essere ricondotto in modo meccanico a strumenti di compensazione oraria o a permessi per esigenze personali.
Modelli organizzativi che, anche indirettamente, trasformano l’evento di salute in un onere individuale rischiano di produrre effetti distorsivi:
– disincentivano comportamenti responsabili
– favoriscono la prosecuzione dell’attività in condizioni non idonee
– spostano il rischio dal sistema al singolo professionista
In ambito sanitario questo aspetto è particolarmente critico.
La permanenza in servizio in condizioni psicofisiche non adeguate non è indice di affidabilità professionale, ma un potenziale fattore di rischio organizzativo e assistenziale.
Le procedure e gli strumenti informatici sono essenziali per il governo dei processi, ma non possono sostituire la valutazione sostanziale delle condizioni di lavoro, né comprimere diritti riconosciuti dall’ordinamento e dalla contrattazione collettiva.
La qualità di una governance matura si riconosce nella capacità di distinguere tra controllo e tutela, tra rigidità procedurale e responsabilità sistemica.
La salute del professionista non è un’eccezione da amministrare, ma una componente strutturale della sicurezza delle cure e della sostenibilità organizzativa.
È in questo equilibrio, più che in qualsiasi automatismo, che si misura la solidità delle istituzioni sanitarie.
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