
Qualche settimana fa ero in sala operatoria, le mani dentro il campo sterile, davanti a un bambino di pochi mesi addormentato sotto i teli verdi. Fuori, in corridoio, due genitori che fino a quel momento non avevo quasi guardato negli occhi. Avevo fatto il mio mestiere: spiegato la procedura, raccolto il consenso, snocciolato percentuali. Tutto corretto. Tutto, mi sono accorto dopo, da una certa distanza.
Quando sono uscito e li ho trovati lì, ho fatto una cosa che a noi medici riesce sempre un po’ difficile. Mi sono seduto. Ho smesso di parlare di vie urinarie e tecniche e ho semplicemente lasciato che mi guardassero in faccia mentre dicevo che era andata bene. La madre ha pianto. Non per la notizia — quella se l’aspettavano — ma, credo, perché per la prima volta in quella giornata qualcuno era stato davvero presente con loro. Senza schermo, senza referto in mano. Solo due esseri umani che, per trenta secondi, si sono riconosciuti.
Ho rifatto quel tipo di colloquio anche in videochiamata, durante gli anni in cui ci siamo abituati ai quadratini sullo schermo. Non è niente da buttare. Ma non è la stessa cosa. La differenza è reale, è profonda, e la scienza degli ultimi anni ha cominciato a spiegarci perché.
Non esiste il paziente medio
Tendo a diffidare di una medicina — e di una psicologia — innamorate della persona media. La persona media non esiste. Ogni paziente che entra nel mio ambulatorio è un sistema vivente irripetibile: una storia particolare, un corpo particolare, una particolare architettura di paure e di attaccamenti. Curare significa partire da quell’unicità, non cancellarla nella media statistica per poi, semmai, risalire ai principi generali.
E un principio generale c’è. Non siamo fatti per essere unici e soli. Siamo una specie intensamente sociale, costruita per leggere l’unicità dell’altro — questo volto, questo respiro, questa precisa paura — e, soprattutto, per sentire se qualcuno la stia leggendo per noi. Notiamo se veniamo notati nella nostra particolarità. Questo medico mi vede davvero? Non una diagnosi, non un codice DRG, non un letto. Me.
Quando un genitore mi chiede, con la voce che trema, “ma lei cosa farebbe se fosse suo figlio?”, non sta chiedendo una statistica. Sta chiedendo se conta. Se importa. Essere accolti come la persona particolare che si è: è questo che chiamiamo, semplicemente, contare per qualcuno.
La banda larga del corpo
Quando due persone stanno nella stessa stanza, i loro corpi cominciano a cooperare in modi che nessuno dei due percepisce. Nel contatto autentico faccia a faccia due cervelli entrano in sincronia — un accoppiamento che crolla bruscamente quando la stessa conversazione passa al messaggio scritto, e che resta più sottile attraverso uno schermo. Lo sguardo reciproco trascina due sistemi nervosi verso un ritmo condiviso: il battito e il respiro si avvicinano. Persino la risata condivisa — quella cosa involontaria e sincronizzata che capita quando qualcosa fa ridere in una stanza — predice quanta fiducia due estranei arriveranno a darsi.
Non è nulla di mistico. È una larghezza di banda che abbiamo evoluto per cogliere. Una persona vicina a te trasmette centinaia di micro-segnali al secondo — il respiro prima di parlare, l’inclinarsi in avanti, il guizzo di una contrazione trattenuta — e il tuo corpo li legge e risponde in tempo reale, sotto il livello delle parole. È questo traffico a doppio senso che ci fa registrare, nella pancia e non solo nella testa, di essere visti nella nostra unicità da qualcuno che, in quello stesso istante, è visto da noi. Lo schermo trasporta una rappresentazione a banda ridotta di un volto e di una voce. E le domande umane grezze — mi vedi? Conto qualcosa per te? — ricevono una risposta sottile, a volte incerta.
Cosa chiede la cura
Ora pensiamo a cosa significa formare un medico, o un terapeuta. Qualunque sia la tecnica, qualunque il protocollo, chi cura deve imparare a stare, aperto, nella presenza del dolore di un altro senza fuggirlo — a sentire salire la propria paura e restare comunque, ad assumere la prospettiva di qualcuno la cui vita non somiglia per niente alla propria, a portare i propri valori dentro la stanza e ad agirli mentre il cuore batte forte. Sono esattamente le competenze di flessibilità psicologica su cui lavoro da anni con i miei allievi. E sono processi incarnati, relazionali.
Mi permetto una precisazione, perché ci tengo. I libri, i corsi online, i materiali scritti aiutano enormemente — ne ho prodotti molti, e i dati ne mostrano l’utilità. Ma esiste uno strato di formazione personale ed emotiva che si dà e si riceve solo nella presenza. Quando in aula chiedo a due allievi di guardarsi per sessanta secondi senza fare nulla — senza fissare, senza interpretare — e poi di accorgersi di essere guardati, qualcosa nella stanza cambia di consistenza. Qualcuno ride, della risata nervosa di chi è appena stato colto a essere umano. E poi si lascia andare. È quello che lo schermo non può dare fino in fondo: i messaggi ricchi che abbiamo evoluto per attendere. Non sei solo. Sei visto. Appartieni.
“Intorno” non sarà mai “dentro”
Quella parola, parlare di qualcosa, è stata costruita molto tempo fa a partire da termini che significavano girare attorno a una cosa restandone appena fuori. E “fuori” non diventerà mai “dentro”. Lo sapevamo già da tempo: le parole e le immagini non cattureranno mai del tutto l’esperienza umana. È una lezione che il mondo moderno deve assorbire, mentre ci spingiamo sempre più a fondo nel virtuale.
Per questo continuo a entrare in sala, a sedermi accanto ai genitori, a riempire aule di persone disposte ad avere un po’ paura insieme. Non perché lo schermo e la pagina ci abbiano traditi — non l’hanno fatto. Ma perché esiste una forma di divenire umano che chiede presenza, e preferisco esserci piuttosto che scriverne soltanto. Dobbiamo proteggere uno spazio condiviso in cui un essere umano irripetibile possa entrare nell’unicità di un altro, e insieme vedere ed essere visto.
A cura del dott. Antonio Cutrupi · antonio.cutrupi@upmind.ch
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