
Perché un chirurgo pediatrico ha imparato ad ascoltare — e cosa succede quando tutte le strade della mente convergono in un unico gesto di cura.
C’è un momento, prima di ogni intervento, in cui tutto si ferma.
Le mani sono lavate, i guanti indossati, il campo è pronto. Il bambino dorme. E in quel silenzio sospeso — pochi secondi, forse meno — io non sto ancora operando. Sto arrivando. Arrivo con il corpo, con il respiro, con l’attenzione. Solo dopo, arriva il bisturi.
Ho impiegato anni a capire che quel momento non era un dettaglio. Era il cuore di tutto.
Due mestieri, un solo gesto
Sulla carta faccio due lavori diversi. Sono chirurgo pediatrico: opero bambini, correggo malformazioni, ricostruisco ciò che la natura ha lasciato incompiuto. E sono formatore e counselor — Medico Chirurgo formato in counseling psicologico — e insegno Training Autogeno, ACT, mindfulness, ipnosi e comunicazione a professionisti della cura.
Per molto tempo ho tenuto questi due mondi in stanze separate. Di qua il camice, la tecnica, la precisione millimetrica. Di là la parola, il respiro, la relazione. Poi, un giorno, in un ambulatorio qualunque, una madre mi ha guardato mentre le spiegavo l’intervento di suo figlio e mi ha detto: “Dottore, io non ho capito niente di quello che ha detto. Ma mi fido, perché lei mi ha guardata.”
Non aveva ascoltato la mia competenza chirurgica. Aveva ascoltato la mia presenza.
Quel giorno le due stanze hanno smesso di avere una parete in mezzo.
La cornice: ACT e Mindfulness
Se dovessi disegnare una mappa del mio lavoro, la cornice — ciò che tiene insieme tutto il resto — sarebbe fatta di due materiali: l’Acceptance and Commitment Therapy e la mindfulness.
Dell’ACT mi ha conquistato una cosa sopra tutte: non promette di eliminare la sofferenza. Promette di renderla abitabile, di trasformarla in movimento verso ciò che conta. In corsia questo cambia tutto. Non posso promettere a un genitore che non soffrirà mentre suo figlio è in sala. Sarebbe una bugia, e le bugie in medicina si pagano con la fiducia. Posso però aiutarlo a fare spazio a quella paura senza esserne travolto: a restare in contatto con il presente invece che con lo scenario catastrofico che la mente proietta; a scegliere, dentro la paura, un’azione che serve — tenere la mano del figlio fino alla porta della sala, invece di irrigidirsi in un controllo impossibile.
Defusione, accettazione, contatto con il presente, valori, azione impegnata. Non li nomino mai in ambulatorio. Li pratico.
E la mindfulness è il terreno su cui questa cornice poggia: la capacità, allenata giorno dopo giorno, di riportare l’attenzione a ciò che accade adesso — nel corpo, nel respiro, nella relazione. La chirurgia, senza volerlo, è una pratica contemplativa: richiede attenzione sostenuta, presenza radicale, accettazione di ciò che il campo operatorio ti presenta — non di ciò che avevi previsto. In sala operatoria non puoi mentire con il corpo. Se sei teso, le mani lo sanno. Se la mente vaga, il gesto perde fluidità.
Dentro questa cornice, negli anni, ho appeso altri quadri. Ognuno mi ha dato uno strumento diverso. Ma nessuno avrebbe senso senza la parete che li sostiene.
Il Training Autogeno: accordare lo strumento
Il primo quadro è il Training Autogeno, che insegno da anni e che pratico da prima ancora. La calma del chirurgo non è un dono di natura: è un allenamento. La pesantezza, il calore, il respiro che si regola da sé — sono strumenti che uso prima di un intervento complesso esattamente come uso i miei ferri. Il sistema nervoso è il primo strumento chirurgico. Se non è accordato, tutto il resto stona.
Le neuroscienze lo confermano: i sistemi di regolazione emotiva sono sociali. Il tono di voce, la postura, il ritmo del respiro dell’altro modulano il nostro sistema nervoso autonomo prima di qualunque contenuto verbale. La co-regolazione precede l’auto-regolazione. In altre parole: prima di poter dire qualcosa di utile, devo essere qualcosa di utile. Il Training Autogeno è il modo in cui, ogni giorno, mi rendo utilizzabile.
L’ipnosi: la trance è già nella stanza
Il secondo quadro l’ho imparato studiando l’ipnosi clinica, soprattutto nella lezione di Milton Erickson: la trance non è qualcosa di esotico che si induce con un pendolo. È uno stato naturale che le persone attraversano continuamente — e mai come quando hanno paura.
Un genitore che ascolta una diagnosi è già in uno stato di coscienza modificato: attenzione ristretta, suggestionabilità aumentata, memoria selettiva. Ogni parola che pronuncio in quel momento ha un peso ipnotico, che io lo voglia o no. “Non si preoccupi” semina preoccupazione. “Suo figlio è in buone mani, e lei potrà essere lì al risveglio” semina un’immagine di futuro. L’ipnosi mi ha insegnato che in medicina non esistono parole neutre: esistono solo suggestioni consapevoli o inconsapevoli. E con i bambini, che vivono naturalmente a un passo dall’immaginazione, un racconto ben costruito prima dell’anestesia vale quanto un premedicazione.
La PNL: la mappa non è il territorio
Dalla Programmazione Neuro-Linguistica ho tratto soprattutto un’igiene della comunicazione. Il ricalco — accordarsi al ritmo, al linguaggio, al canale sensoriale dell’altro prima di guidarlo altrove — è ciò che faccio istintivamente quando passo da un adolescente che parla per immagini a un nonno che ha bisogno di sentirsi dire le cose “con i piedi per terra”. E il principio che la mappa non è il territorio è forse la frase più chirurgica che la PNL abbia prodotto: la malattia che il genitore ha in testa non è quasi mai la malattia che ho davanti io. Il mio lavoro comunicativo è far incontrare le due mappe, senza pretendere che una cancelli l’altra.
La REBT: le idee che fanno più male della diagnosi
Poi c’è Albert Ellis e la sua Rational Emotive Behavior Therapy, con quella intuizione tanto semplice quanto rivoluzionaria: non sono gli eventi a farci soffrire, ma le credenze attraverso cui li leggiamo. In ambulatorio la incontro ogni giorno. “Se mio figlio ha questa malformazione, è colpa mia.” “Un buon genitore se ne sarebbe accorto prima.” “Non devo mai mostrargli che ho paura.”
Doverizzazioni, catastrofizzazioni, autosvalutazioni: la grammatica irrazionale della colpa genitoriale. Non faccio disputing formale in ambulatorio — non è il mio setting. Ma so riconoscere una credenza che sta facendo più male della diagnosi, e so offrire, con una domanda o un dato di realtà, un punto d’appoggio perché quella credenza cominci a incrinarsi. L’ACT poi mi permette di fare un passo ulteriore: non serve nemmeno vincere la battaglia contro il pensiero. Basta smettere di prenderlo alla lettera.
Crescita personale: il curante come primo paziente
C’è infine un filo che attraversa tutti questi quadri, ed è il più personale: la convinzione che chi cura gli altri ha il dovere professionale — non solo personale — di lavorare su di sé. La chiamo crescita personale sapendo che il termine è inflazionato, ma non ne conosco uno migliore per descrivere questo: ogni strumento che insegno, l’ho prima attraversato. Il Training Autogeno sul mio sistema nervoso, la mindfulness sulla mia mente che vaga, la defusione sui miei pensieri di chirurgo (“e se avessi potuto fare meglio?”), il lavoro sulle mie credenze doverizzanti di medico che non può sbagliare.
Il curante è il primo paziente di se stesso. Non per narcisismo: per igiene relazionale. Ciò che non ho guardato in me, prima o poi lo scarico su chi ho davanti.
Cosa insegna un bambino a un adulto che cura
Lavorare con i bambini è un privilegio epistemologico. I bambini non conoscono le convenzioni della malattia: non recitano il ruolo del paziente. Un bambino di quattro anni con un problema urologico non ti chiede statistiche sulle complicanze. Ti chiede se farà male, se la mamma può restare, se dopo può avere il gelato.
Domande perfette. Domande che vanno dritte all’essenziale: dolore, legame, futuro.
Gli adulti fanno le stesse identiche domande — solo travestite. Dietro “quali sono le percentuali di successo?” c’è “farà male?”. Dietro ogni domanda tecnica c’è una domanda umana che aspetta di essere ascoltata. Il counseling mi ha dato gli strumenti per sentire la domanda sotto la domanda. La chirurgia pediatrica mi ha dato vent’anni di allenamento quotidiano a rispondere a entrambe.
Un’unica domanda
Alla fine, ho capito che il bisturi e la parola rispondono alla stessa domanda: come si ripara ciò che soffre?
A volte la risposta è anatomica: si incide, si corregge, si sutura. A volte è relazionale: si ascolta, si fa spazio, si accompagna. E in mezzo ci sono tutti gli strumenti che ho raccolto negli anni — l’autogeno che accorda il corpo, l’ipnosi che sceglie le parole, la PNL che avvicina le mappe, la REBT che allenta le credenze — tenuti insieme dalla cornice che dà senso a tutto: presenza, accettazione, valori, azione.
Non sono due mestieri. È un solo gesto di cura, con due mani: una tiene il bisturi, l’altra tiene la parola. E il segreto — l’ho imparato dai bambini, dai genitori, dai miei studenti e dai miei errori — è che nessuna delle due mani lavora bene senza l’altra.
Dott. Antonio Cutrupi — Medico Chirurgo, specialista in Chirurgia Pediatrica, formato in counseling psicologico e docente di Training Autogeno, ACT, Mindfulness e Ipnosi Clinica.
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