Dott. Antonio Cutrupi

Medico Chirurgo – Specialista in Chirurgia Pediatrica

Ordine dei medici OMCEO 7896-RC

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  • Dalla scrivania del Dott. Cutrupi

    A chi governa la sanità, a chi la dirige, a chi la organizza, ma anche a chi la vive ogni giorno dall’interno.

    C’è un’idea che continua a circolare, spesso in modo implicito:

    che la qualità della sanità dipenda soprattutto dalla qualità delle persone.

    Dalla loro resilienza, dalla loro motivazione, dalla loro capacità di “reggere”.

    È un’idea rassicurante.

    Ed è, sempre più spesso, sbagliata.

    I medici e i chirurghi bravi non bastano

    Non bastano quando il contesto è disfunzionale.

    Non bastano quando l’organizzazione consuma più risorse di quante ne rigeneri.

    Non bastano quando lo stress cronico diventa la norma e non l’eccezione.

    La competenza individuale ha un limite fisiologico.

    E superato quel limite, anche il professionista migliore lavora peggio.

    Non per mancanza di volontà, ma per sovraccarico del sistema nervoso.

    Non è un problema di carattere.

    Quando un chirurgo diventa rigido, distaccato, iper-controllante o emotivamente spento, la spiegazione non è quasi mai una carenza etica o motivazionale.

    È molto più spesso l’effetto prevedibile di un ambiente che:

    – mantiene un livello costante di allerta

    – non consente recupero reale

    – normalizza l’urgenza continua

    – colpevolizza la stanchezza

    In questi contesti, le persone non “crollano”.

    Si frammentano.

    Anche gli ospedali hanno un sistema nervoso

    Un ospedale non è solo un luogo di cura.

    È un ambiente regolativo.

    Ritmi, linguaggi, micro-decisioni quotidiane, modalità di gestione dell’errore, modellano lo stato interno di chi ci lavora.

    Se l’ambiente è cronicamente iper-attivante, non stiamo chiedendo professionalità:

    stiamo chiedendo adattamento a uno stato di stress persistente.

    Questo ha un costo clinico.

    Per i pazienti e per gli operatori.

    Quando restare non è più una virtù.

    C’è un punto, spesso non dichiarato, in cui restare non significa più prendersi responsabilità, ma esporsi a un danno prevedibile.

    Dal punto di vista clinico, psicologico ed evolutivo, gli esseri umani cercano ambienti sufficientemente sicuri per funzionare bene.

    Quando un contesto non contiene, non protegge e non riconosce,

    andarsene può essere un atto di lucidità.

    Andarsene non è sempre fuga

    In molti casi è:

    – tutela della propria integrità – protezione della qualità del lavoro – scelta coerente con i propri valori professionali.

    Non è una rinuncia.

    È un limite sano.

    Continuare a chiamarla “fuga”

    serve solo a non guardare il problema più grande.

    Una domanda necessaria

    Se sempre più professionisti competenti se ne vanno, la domanda non può essere solo:

    “Perché non reggono?”

    La domanda clinicamente corretta è:

    “Che tipo di ambienti stiamo e abbiamo creato?”

    Perché i chirurghi bravi non bastano se il sistema li consuma prima che possano fare davvero il loro lavoro.

    Conclusione

    La sanità non ha bisogno di più eroismo.

    Ha bisogno di contesti che non ammalino chi cura.

    Continuare a ignorarlo è la vera fuga.

    E forse è anche arrivata l’ora di risistemare i danni creati.

Dott. Antonio Cutrupi

Medico Chirurgo - Specialista in Chirurgia Pediatrica

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